LA LAVAGNA DI PICASSO

La lavagna aveva ormai l’aspetto di un quadro di Picasso, aveva perso la sua logica iniziale.

Avevo riempito ogni angolo, non curante dello stridolio snervante del gessetto che mi regalava un brivido ad ogni singolo passaggio.

Avevo analizzato tutto, per filo e per segno, la mia vita un centesimo alla vota.

Per qualche strano motivo avevo deciso di spiegarlo ad un pubblico immaginario che riempiva un’aula vuota. Tra le sedie le varie sfumature di me. 

Volevo convincere il disincantato che l’amore, quello vero, esisteva davvero e l’avrei fatto proprio in quel modo.

Allo scettico che la mia idea sarebbe stata rivoluzionaria. All’ipocondriaco spiegai, attraverso un grafico a torta, che quello che leggeva su google non era statisticamente reale.

Al me ferito, che esisteva sempre ed in ogni momento la possibilità di recuperare.

“Nulla è perso, non esiste la fine”, scrissi per lui.

Il mio pubblico bisbigliava, alcuni osservavano con sufficienza, alto quasi disturbati. Mi chiesi “perchè?”. Perché non ascoltano? Di cosa parlano tra di loro ?

Mi sentivo preso in giro, un po’ come la prof di matematica che ogni volta che voltava le spalle veniva derisa.

Dissi, io sono loro, loro sono me, non capisco. Forse ho scritto qualcosa di sbagliato ?

Uno di loro in particolare guardava fuori dalla finestra senza prestare l’attenzione che credevo di meritare. Di lui non sentivo alcuna parola sussurrata, nessuna critica inghiottita.

Di lui sentivo solo il respiro. Diverso. Piu’ intenso.

“Se non ti interessa, vieni qui e spiega a tutti la tua idea di vita”, preso dal coraggio, gli chiesi.

Senza abbandonare quel respiro fastidioso si alzò, si fece largo ed impugnò il gessetto.

Quell’uomo si trovò davanti “la lavagna di Picasso” cha aveva ormai solo un piccolo spazio rimasto vuoto.

Avvicinò il gesso, segnò un punto e poi… chiamò tra il pubblico il me triste.

“Invece di lagnarti sempre, prestami un fazzoletto !”.

“Che vuole fare, mi chiesi”.

Prese quel dannato fazzoletto, lo alzò in segno di sfida e guardandomi dritto negli occhi disse:

“Mi hai chiesto cos’è la vita?” “Ecco a te la risposta.”

Passò il fazzoletto sulla “lavagna di Picasso” cancellando per sempre la mia opera straordinaria.

Poi, sfoderò il gessetto e scrisse: “ LIBERTA’ ”.

PORTO IL NOME DI MIO NONNO 

Porto il nome di mio nonno., ed è una delle cose di cui vado piu’ fiero.

Avrei potuto avere mille nomi, mia mamma in realtà aveva pensato Emanuele. Fortunatamente il Pit, mio padre (vi spiegherò perché lo chiamo così) si è imposto fermamente chiedendo che mi venisse dato il nome del suo di padre.

Primo per la prima volta gli occhi e davanti a me una scelta che ergeva ad isolo il Pit.

Una grande scelta, l’unica grande scelta, ma forse l’elenco del declino senziente del Pit sarebbe noioso, comunque a quasi 40 anni riconosco che tutto ha avuto la giusta importanza per costruire cio’ che sono. Banale. Il concetto intendo, ma sempre attuale.

Sono cresciuto con la convinzione di dover dimostrare al mondo di poter non essere qualcosa anziché poter essere.

Forse per questo al “chi sono” non ho mai saputo rispondere, mi sono sempre concentrato sul “chi non sono” e non sarei mai voluto diventare.

Molto spesso sono duro con me stesso, mi lamento delle mie difficoltà comunicative ad esempio. Questo mi porta ad isolarmi in un modo ovattato dove alla porta due signori guanti negano l’ingresso. 

Ho sempre cercato una via d’uscita in tutto, la piu’ facile per certi aspetti. Non so comunicare verbalmente ? fanculo fotografo. Non sto bene a casa ? Fanculo vado dall’altra parte del mondo.

Un’altra cosa che si ripete è la mia assoluta esigenza dell’inizio del tutto.

Amo iniziare, crescere, ambire. Ma all’apice non gioisco. Non so gioire in realtà e questo si riflette in tutto cio’ che faccio.

Sono tutto e niente, un uomo senza fine concentrato su quello che non è e che non ha.